CINQUANT’ANNI SPORTING: LA SARACINESCA!

Quando si parla di sport con una porta si tende sempre ad esaltare le prodezze del bomber, come se il fuoriclasse non possa mai essere colui che difenda quel 2×3 dalle palle velenose degli avversari.
E a coprire i pali del Gaeta Sporting Club tra il 1990 ed il 1992 c’era Massimo Dovere, un supereroe che non aveva nessun mantello, ma carattere, grinta, esuberanza, una personalità ben definita e la valigia in mano.
Nato a Torre del Greco, ma cresciuto sin dal periodo adolescenziale a Fondi dove Ettore Fiore gli impartirà i primi insegnamenti nel settore giovanile rossoblu, la saracinesca Max prima di approdare a Gaeta vincerà uno scudetto a Trieste nella stagione 1989/90. L’esperienza in biancorosso, poi l’affermazione assoluta a Prato, dove si formerà anche professionalmente, ma soprattutto la lunga e proficua militanza in Nazionale con cui Dovere parteciperà nel 1997 in Giappone al primo (e sinora unico) Mondiale disputato dalla selezione seniores azzurra e all’Europeo casalingo del 1998.
Tante le maglie indossate dall’estremo difensore, l’ultima quella dell’Atellana a cinquantuno anni suonati.
L’età? Solo un numero, perché la pallamano è qualcosa che quando ti pervade è difficile che ti abbandoni: Massimo Dovere ne è la testimonianza assoluta!

🎙️ LA PAROLA A MASSIMO DOVERE
“La mia valigia non è mai stata piena di oggetti, né mai piena di soldi. Dalla città di Fondi dove mossi i primi passi, partii per fare il professionista a Trieste, in quella che era all’epoca la Juventus per tutti noi pallamanisti. Tornando dopo lo scudetto decisi di rimanere vicino alla donna che sarebbe stata mia moglie e che portò poi in grembo il frutto del nostro amore di nome Francesco. Quegli anni si guardava alla pallamano come una professione con tutti i meccanismi del lavoro. Gli atleti più in vista erano omaggiati come guerrieri straordinari e flotte di fans si accalcavano nei palazzetti per vederli giocare.
Dalla mia città di Fondi avevo avuto qualche notizia dalla vicina città di mare, ma niente aveva distratto il mio percorso professionale nel giocare e vincere in Italia.
Un giorno di pensieri, nella mia mente risiedeva l’attesa per il contratto per l’anno successivo con la corazzata Cividin Trieste, avevo deciso di camminare lungo il mare e scelsi di sostare con la mia macchina lungo la provinciale che va da Itri a Sperlonga. In una famosa curva vi era un parcheggio da dove in modo quasi divino si poteva scorgere tutta la baia di Sperlonga e la grandezza del creato. Ho sempre visto il mare, per una città e per la mia stessa vita, una grande risorsa e Napoli prima e Trieste poi erano per me assolute mete dove vivere e ossequiare quella possibilità sacrosanta che ti offre il mare. Immerso nei miei pensieri tornai al passato quando mia madre decise che la scuola nautica di Gaeta era troppo lontana per la mia età e mi convinse che il tecnico Industriale di Fondi potesse essere, per ora, una buona scelta alternativa. Lì in quella città piena di pallamano mi allenai e crebbi conoscendo il valore di uno sport fatto di miti e lavoro duro e che la vita mi ha poi permesso di guardare da vicino facendone parte assoluta. Ero immerso in quella vista fantastica e attendevo quella chiamata che poi arrivò. Il Trieste non poteva comprare il mio cartellino, eccessivamente alto, pertanto tornai amareggiato alla vita di tutti i giorni. Ci furono degli incontri e si susseguirono delle voci che mi davano a questa e a quella squadra, ma in fondo io volevo andare in una città con il mare vicino.
I dubbi per dove e come fare mi furono compagni per quei mesi estivi, poi una sera finalmente capi cosa dovevo chiedere alla mia vita già fortunata.
La passeggiata di Gaeta è una esperienza unica, il litorale di Serapo con la Tiella, una pizza farcita di pesce e verdure tipica del luogo con influenze partenopee, gli abitanti tutti pescatori rinnovatisi ad accoglienti albergatori, un clima senza eguali e a tutto questo aggiungevo la vista di un campo di pallamano.
Ero convinto che non esistesse il paradiso, ma lì davanti a me c’era tutto quello che si poteva chiedere ad un “Atleta” come me, dove non aveva mai tanti oggetti, né tanti soldi, ma un desiderio di essere parte della storia di un paese.
Conobbi Adriano La Croix, Zottola, Rino Taccone, Antonio Viola, Paolo Bettini, Michele Guinderi, Enzo Uttaro, Pierpaolo Matarazzo, Marciano, Salipante, Rosato, poi vennero Guerrazzi indimenticabile, e altri tanto bravi quanto inossidabili amici.
Perché andai a Gaeta ? La città mi coinvolse e l’entusiasmo dei dirigenti era come l’onda del mare che dopo averti sbattuto sulla sabbia ti porta con sé nella risacca, è impossibile resistere. Volavo altissimo orgoglioso di quella Storia, di quella Pallamano potente che non permetteva a nessuno di vincere se non fossero stati davvero bravi e concentrati. Avevamo una squadra prodigiosa e piena di talenti mancava solo una cosa: l’Allenatore.
A Gaeta non è un caso che sono arrivati negli anni grandissimi Atleti stellari come Pero Veraja, Jasmin Mrkonja, Kuzmanoski.
Ma su tutti lui, l’inarrivabile Pavle Jurina, già campione olimpico e grandissimo uomo di sport. Sapeva già parlare italiano e ci mise poco per farci capire quale sarebbero state le conseguenze del suo arrivo.
Mai e poi mai avrei sofferto così tanto il peso degli allenamenti, da gladiatori spartani, per migliorare in modo maniacale la già buona pallamano che sviluppavamo.
Ma lui voleva il meglio perché Lui era stato il meglio. E noi con lui.
Cosa mi fece restare due anni? L’amore per la città di Gaeta, il panorama del mare di Serapo che ti accompagnava durante la salita dei tornanti di Gaeta usati in allenamento fino a nausearti. Bastava uno sguardo al mare e tornavi in vita continuando lo sforzo. Oltre tutto questo, l’insuperabile passione e l’affetto di tutti gli sportivi gaetani che conoscevano più di noi la pallamano e quasi potevi chiamarli per nome. Le battaglie agonistiche erano memorabili e le trasferte incerte. Il popolo della pallamano aveva trovato i suoi eroi. Io avevo trovato la mia Città: Gaeta era il paradiso per un Atleta con la valigia”.

Gianmarco Tiralongo
Area Comunicazione GSC1970

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